I 7 Pilastri della Mindfulness: significato, spiegazione e come applicarli

Scopri i 7 pilastri della Mindfulness di Jon Kabat-Zinn: il loro significato, come coltivarli nella vita quotidiana e perché rappresentano il cuore della pratica della consapevolezza.
I sette pilastri della Mindfulness
Illustrazione di Jorm Sangsorn

I 7 pilastri della Mindfulness, descritti da Jon Kabat-Zinn, sono gli atteggiamenti interiori che sostengono la pratica della consapevolezza. Non si tratta di tecniche di meditazione né di regole da seguire, ma di qualità che impariamo a coltivare, giorno dopo giorno, attraverso l’esperienza.

Secondo Jon Kabat-Zinn, gli atteggiamenti fondamentali che sostengono la pratica della Mindfulness sono:

  1. Non giudizio: osservare l’esperienza senza etichettarla continuamente come giusta o sbagliata;
  2. Pazienza: rispettare i tempi naturali della vita e della pratica;
  3. Mente del principiante: guardare ogni esperienza con curiosità e apertura, come se fosse la prima volta;
  4. Fiducia: sviluppare fiducia nella propria esperienza diretta e nella propria capacità di essere presenti;
  5. Non cercare risultati: praticare senza trasformare la Mindfulness nell’ennesimo obiettivo da raggiungere;
  6. Accettazione: riconoscere la realtà così com’è, prima di decidere come agire;
  7. Lasciare andare: imparare a non trattenere inutilmente pensieri, emozioni ed esperienze.

 

Ognuno rappresenta un diverso modo di avvicinarsi all’esperienza presente. Insieme, formano il cuore della pratica della Mindfulness, aiutandoci a osservare la realtà con maggiore apertura, equilibrio e consapevolezza.

Cosa sono davvero i sette pilastri della Mindfulness?

Quando si parla dei 7 pilastri della Mindfulness, è facile immaginarli come un insieme di regole da seguire o di obiettivi da raggiungere. In realtà non sono né l’una né l’altra cosa.

I sette pilastri rappresentano gli atteggiamenti interiori che sostengono la pratica della Mindfulness. Non sono tecniche di meditazione e non costituiscono una lista di qualità che dobbiamo possedere fin dall’inizio. Sono piuttosto un orientamento, un modo di avvicinarsi all’esperienza con maggiore apertura, equilibrio e consapevolezza.

Per questo motivo Kabat-Zinn li definisce pilastri: così come una casa poggia su fondamenta solide, anche la pratica della Mindfulness trova stabilità in questi atteggiamenti. Non perché debbano essere perfetti, ma perché, coltivati con pazienza, sostengono il nostro modo di osservare ciò che accade dentro e fuori di noi.

È importante sottolineare che questi pilastri non si apprendono studiandoli a memoria. Prendono forma nella pratica quotidiana. Ogni volta che ci sediamo a meditare, ogni volta che ci accorgiamo di esserci distratti e torniamo gentilmente al respiro, ogni volta che osserviamo un’emozione senza reagire immediatamente, stiamo già allenando uno o più di questi atteggiamenti.

Con il tempo, i pilastri smettono di essere semplici concetti e diventano un modo diverso di abitare la propria esperienza. Non solo durante la meditazione, ma anche nella vita di tutti i giorni: nelle relazioni, nel lavoro, nelle difficoltà e nelle piccole situazioni quotidiane.

Da dove arrivano i 7 pilastri della Mindfulness

I sette pilastri della Mindfulness sono stati descritti da Jon Kabat-Zinn nel libro Full Catastrophe Living (Vivere momento per momento nell’edizione italiana), l’opera da cui ha preso forma il programma MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction).

Forse avremo notato che alcuni libri o insegnanti parlano di nove pilastri anziché sette. Non si tratta di una contraddizione. Negli anni successivi, Kabat-Zinn ha evidenziato anche il valore della gratitudine e della generosità, considerate da molti un naturale approfondimento degli atteggiamenti originari.

Nei prossimi paragrafi esploreremo i sette pilastri originali, cercando di comprenderne non solo il significato, ma soprattutto come possano essere vissuti concretamente nella pratica della Mindfulness.

Prima di esplorarli uno per uno, però, è utile ricordare un aspetto fondamentale: i sette pilastri non sono un ideale di perfezione da raggiungere, ma un orientamento che si coltiva gradualmente attraverso la pratica.

I sette pilastri della Mindfulness
Illustrazione di Jorm Sangsorn

I pilastri non sono qualcosa da raggiungere

Una delle idee più diffuse quando si leggono i 7 pilastri della Mindfulness è pensare che rappresentino qualità da conquistare. Come se, per praticare bene, dovessimo riuscire a non giudicare mai, essere sempre pazienti o imparare definitivamente a lasciar andare.

Non è questo il loro significato. Ogni pilastro è piuttosto un invito a osservare come ci relazioniamo all’esperienza momento dopo momento. Non ci viene chiesto di essere perfetti, ma di accorgerci, con curiosità e gentilezza, di ciò che accade dentro di noi.

Se durante una meditazione nasce l’impazienza, quella non è una distrazione dalla pratica: è la pratica. Se ci sorprendiamo a giudicare noi stessi o gli altri, non abbiamo sbagliato: abbiamo appena visto all’opera uno dei meccanismi della mente.

I sette pilastri non descrivono quindi una meta da raggiungere, ma una direzione verso cui orientare la pratica. Più li coltiviamo, più iniziano a manifestarsi spontaneamente, non solo durante la meditazione, ma anche nel modo in cui affrontiamo le relazioni, il lavoro, le difficoltà e la vita quotidiana.

Per questo motivo può essere utile leggere ciascun pilastro non come una regola, ma come una domanda da portare con sé nella pratica: “Che cosa succede quando provo ad abitare questo atteggiamento, anche solo per qualche istante?

1. Il non giudizio

Vedere prima di valutare

Il primo pilastro della Mindfulness è il non giudizio, e forse anche quello che più spesso viene frainteso.

Non giudicare non significa smettere di distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato, né rinunciare al senso critico. Significa accorgersi di quanto rapidamente la mente attribuisca un’etichetta a tutto ciò che incontra.

Un rumore diventa fastidioso. Una giornata viene definita bella o brutta. Una persona ci appare simpatica o antipatica. Persino noi stessi veniamo continuamente valutati: “Ho fatto bene.” “Ho sbagliato.” “Non sono abbastanza.

Questi giudizi nascono in modo spontaneo. Non sono un errore, ma una caratteristica della mente umana. Il problema è che spesso li scambiamo per la realtà.

La pratica della Mindfulness ci invita a fare un piccolo passo indietro. Prima di giudicare, impariamo semplicemente a osservare. A riconoscere ciò che sta accadendo, così com’è, lasciando per un momento da parte il bisogno di catalogare ogni esperienza come positiva o negativa.

È in questo spazio di osservazione che inizia a svilupparsi una comprensione più profonda di noi stessi e del mondo che ci circonda.

Nella vita quotidiana

Immaginiamo di commettere un errore sul lavoro.

L’errore è un fatto. Ma spesso la mente aggiunge immediatamente una storia: “Sono incapace.” “Non ne combino mai una giusta.” “Farò una brutta figura.

Oppure pensiamo a una giornata di pioggia. La pioggia è semplicemente pioggia. Eppure, nel giro di pochi istanti, la mente può trasformarla in una “giornata rovinata“.

Il non giudizio non ci chiede di convincerci che tutto sia bello. Ci invita piuttosto a riconoscere quando stiamo aggiungendo interpretazioni, etichette e conclusioni automatiche a un’esperienza che, in origine, era molto più semplice.

Invito alla pratica

Per un giorno proviamo a osservare la nostra mente con curiosità.

Ogni volta che ci sorprendiamo a pensare “questo è bello“, “questo è sbagliato“, “questa persona è fatta così” oppure “io sono sempre il solito“, fermiamoci un istante. Non cerchiamo di eliminare quei giudizi e non giudichiamoci perché stanno comparendo. Limitiamoci a riconoscerli.

Potremmo scoprire che molti di essi nascono così rapidamente da passare quasi inosservati e che, proprio nel momento in cui li osserviamo, perdono parte della loro forza.

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“La consapevolezza nasce quando osserviamo l’esperienza così com’è, prima di cercare di cambiarla o di etichettarla”.

2. Pazienza

Ogni cosa ha il suo tempo

Viviamo in una cultura che ci abitua a desiderare risultati immediati. Vogliamo imparare in fretta, stare meglio in fretta, cambiare in fretta. Quando qualcosa richiede tempo, tendiamo a pensare che non stia funzionando.

La Mindfulness ci propone una prospettiva diversa. La pazienza non consiste nel rassegnarsi o nel sopportare passivamente ciò che accade. È la capacità di riconoscere che ogni esperienza ha un proprio ritmo naturale e che non tutto può essere forzato.

Pensiamo a un seme. Possiamo offrirgli acqua, luce e cura, ma non possiamo tirarlo verso l’alto perché cresca più velocemente. Se lo facessimo, finiremmo per danneggiarlo.

Lo stesso vale per la pratica della Mindfulness. Cercare risultati immediati significa spesso allontanarsi dall’esperienza che stiamo vivendo. La pazienza, invece, ci invita a rimanere presenti, lasciando che il cambiamento maturi secondo i suoi tempi.

Con il tempo ci accorgiamo che la pazienza non riguarda solo la meditazione. Diventa il modo in cui impariamo ad abitare una difficoltà, ad ascoltare una persona senza interromperla, ad attraversare un momento della vita senza pretendere che finisca prima del necessario.

Nella vita quotidiana

Immagiamo di iniziare a meditare con l’idea di sentirci subito più calmi.

Dopo pochi minuti la mente continua a distrarsi, emergono pensieri, inquietudine, forse anche un po’ di frustrazione.

È facile concludere: “Non sono portato.” Oppure: “La Mindfulness non fa per me.”

La pazienza ci invita a guardare quella stessa esperienza in modo diverso.

Ogni volta che la mente si distrae e noi ce ne accorgiamo, non stiamo fallendo. Stiamo allenando proprio quella presenza che desideriamo sviluppare.

Lo stesso accade nella vita. Un conflitto non si risolve sempre in una conversazione. Una ferita emotiva non guarisce in pochi giorni. Una nuova abitudine richiede tempo per mettere radici.

La pazienza non accelera il cambiamento. Gli permette di avvenire.

Un invito alla pratica

Oggi proviamo a osservare un momento in cui sentiamo nascere l’impazienza.

Può essere mentre aspettiamo una risposta, siamo fermi nel traffico, una pagina internet impiega qualche secondo in più a caricarsi o qualcuno parla più lentamente di quanto vorremmo.

Invece di cercare subito di eliminare quell’impazienza, fermiamoci per un istante.

Dove la sentiamo nel corpo?

Quali pensieri la accompagnano?

Che cosa vorrebbe ottenere, esattamente, quella parte di noi che ha fretta?

Forse scopriremo che l’impazienza non nasce tanto dalla situazione esterna, quanto dal desiderio che la realtà sia diversa da quella che è in questo momento.

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“La pazienza è una forma di saggezza. Dimostra che comprendiamo e accettiamo il fatto che le cose, a volte, devono dispiegarsi secondo i propri tempi.”

3. Mente del principiante

Guardare come se fosse la prima volta

La nostra mente ha una straordinaria capacità di imparare. Riconosce volti, luoghi, oggetti e situazioni con una rapidità sorprendente. Questa capacità ci è indispensabile, ma ha anche un effetto collaterale: ciò che conosciamo smette lentamente di attirare la nostra attenzione.

Pensiamo di conoscere una persona, un luogo, una giornata o persino noi stessi. E proprio perché crediamo di sapere già cosa troveremo, smettiamo di osservare davvero.

La mente del principiante è un invito a sospendere, anche solo per un momento, questa sensazione di sapere già.

Non significa dimenticare ciò che abbiamo imparato o fingere di essere ingenui. Significa recuperare uno sguardo curioso, aperto e disponibile a lasciarsi sorprendere dall’esperienza presente.

Ogni momento, in realtà, è nuovo. Anche se facciamo ogni giorno la stessa strada, incontriamo la stessa persona o ripetiamo lo stesso gesto, quell’istante non si è mai verificato prima e non si ripeterà mai più nello stesso modo.

La pratica della Mindfulness ci ricorda proprio questo: la realtà è molto più viva e mutevole di quanto le nostre abitudini ci facciano credere.

Nella vita quotidiana

Pensiamo a una persona con cui viviamo da molti anni.

È facile credere di sapere già cosa dirà, come reagirà o che tipo di giornata avrà. A volte ascoltiamo solo le prime parole di una frase e la mente ha già costruito il resto della conversazione.

Oppure pensiamo a una passeggiata che facciamo abitualmente. I primi giorni noti gli alberi, i profumi, i rumori. Dopo qualche settimana percorriamo la stessa strada senza vedere quasi nulla.

La mente del principiante ci invita a fare un piccolo esperimento: osservare ciò che abbiamo davanti come se fosse la prima volta.

Non perché sia davvero la prima volta, ma perché ogni esperienza contiene sempre qualcosa che ieri non c’era.

Un invito alla pratica

Scegliamo un’attività che facciamo ogni giorno.

Può essere bere il caffè, lavarci le mani, aprire la finestra al mattino o salutare una persona.

Per qualche istante proviamo a mettere da parte ciò che pensiamo di sapere.

Che cosa notiamo che, fino a oggi, ci era sfuggito?

Quali dettagli emergono quando smettiamo di dare quell’esperienza per scontata?

Forse scopriremo che non è la realtà a essere diventata monotona. È la familiarità che, lentamente, aveva smesso di farcela vedere.

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“Nella mente del principiante ci sono molte possibilità; in quella dell’esperto, poche.”

4. Fiducia

Imparare ad ascoltare la propria esperienza

Viviamo in un’epoca in cui è facile cercare risposte ovunque: nei libri, nei social, nei consigli degli altri, negli esperti. Tutte queste fonti possono essere preziose, ma a volte rischiano di allontanarci dalla domanda più semplice: che cosa sto vivendo davvero, in questo momento?

La fiducia di cui parla Jon Kabat-Zinn non consiste nel credere che tutto andrà bene, né nell’essere sempre sicuri delle proprie scelte. È qualcosa di più essenziale: imparare a riconoscere che la nostra esperienza diretta ha un valore.

Durante la pratica della Mindfulness nessuno può respirare al posto nostro. Nessuno può osservare i nostri pensieri, percepire le nostre emozioni o sentire le sensazioni del nostro corpo. Questo incontro con l’esperienza è profondamente personale.

Coltivare la fiducia significa imparare ad ascoltare ciò che emerge, senza cercare continuamente conferme all’esterno. Non perché la nostra percezione sia infallibile, ma perché è da lì che ogni autentica comprensione può iniziare.

Con il tempo, questa fiducia diventa meno un’idea e più un modo di stare nella vita: una disponibilità a rimanere presenti anche quando non abbiamo ancora tutte le risposte.

Nella vita quotidiana

Immaginiamo di attraversare un momento difficile.

Può essere la fine di una relazione, un cambiamento lavorativo o una scelta importante da prendere.

È naturale chiedere consiglio a persone di cui ci fidiamo. A volte, però, dopo aver ascoltato dieci opinioni diverse, ci sentiamo ancora più confusi.

La Mindfulness non ci invita a ignorare gli altri, ma a non dimenticare noi stessi.

Dopo aver ascoltato, riflettuto e raccolto informazioni, arriva sempre un momento in cui è necessario fermarsi e domandarsi:

Che cosa sento davvero?

Questa domanda non garantisce una risposta immediata. Ma ci riporta nel luogo da cui ogni decisione autentica può nascere: l’ascolto della nostra esperienza.

Invito alla pratica

Oggi proviamo a osservare quante volte, durante la giornata, cerchiamo immediatamente una conferma esterna.

Può essere un consiglio, un parere, una ricerca sul telefono o il bisogno che qualcuno ci dica se stiamo facendo la cosa giusta.

Prima di cercare una risposta, concediamoci qualche istante di silenzio.

Portiamo l’attenzione al corpo, al respiro e a ciò che stiamo vivendo.

Domandiamoci semplicemente:

Che cosa mi sta mostrando questa esperienza, proprio adesso?

Non abbiamo fretta di trovare una soluzione. A volte la fiducia nasce proprio dalla disponibilità a restare in ascolto.

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“Fidarsi significa onorare i propri sentimenti, la propria intuizione e la propria autorità interiore, anche quando si commettono errori.”

5. Non cercare risultati

Quando smettiamo di rincorrere una meta

Viviamo in una cultura orientata al risultato. Fin da piccoli impariamo a misurare il successo in base agli obiettivi raggiunti: un buon voto, una promozione, una prestazione migliore, un traguardo da conquistare.

Questo modo di vivere è utile in molti ambiti della vita. Se vogliamo imparare una lingua, prepararci a una gara o realizzare un progetto, avere un obiettivo è fondamentale.

La Mindfulness, però, ci invita a fare un’esperienza diversa. Quando ci sediamo a meditare con l’idea di dover ottenere qualcosa – più calma, meno ansia, maggiore concentrazione – rischiamo di trasformare la pratica nell’ennesima prestazione.

La mente smette di osservare ciò che sta accadendo e inizia a chiedersi continuamente:

“Sto meditando bene?”

“Perché non mi sento più rilassato?”

“Quando arriveranno i benefici?”

Paradossalmente, è proprio questa ricerca continua del risultato che ci allontana dal momento presente.

La Mindfulness ci propone un atteggiamento diverso: essere pienamente presenti all’esperienza, così com’è, senza pretendere che sia diversa.

Ed è proprio quando smettiamo di inseguire un risultato che, spesso, iniziano a manifestarsi i cambiamenti più profondi.

Nella vita quotidiana

Pensiamo a quando proviamo ad addormentarci.

Più ci ripetiamo “devo dormire“, più il sonno sembra allontanarsi.

Oppure pensiamo a quei momenti in cui cerchiamo disperatamente di ricordare un nome. Più lo inseguiamo con la mente, più sembra sfuggirci. Poi, quando smettiamo di cercarlo, riaffiora spontaneamente.

Anche nella Mindfulness accade qualcosa di simile.

Se pratichiamo esclusivamente per ottenere uno stato mentale particolare, rischiamo di perdere il contatto con l’esperienza che stiamo vivendo proprio ora.

Il non cercare risultati non ci chiede di rinunciare ai benefici della pratica. Ci invita semplicemente a non farne il centro della nostra attenzione.

Un invito alla pratica

La prossima volta che ci sediamo a meditare, proviamo a farci una domanda prima di iniziare:

Che cosa mi aspetto da questa pratica?

Forse desideriamo rilassarci. Forse speriamo che l’ansia diminuisca. Forse vorremmo smettere di pensare. Qualunque sia la risposta, proviamo a riconoscerla con gentilezza. Poi lasciamo andare, almeno per qualche minuto, l’idea di dover ottenere qualcosa.

Concediamoci semplicemente il permesso di essere presente all’esperienza, così com’è.

La voce di Jon Kabat-Zinn

“Meditare significa non fare. È un invito a essere pienamente presenti, senza cercare di andare da nessun’altra parte.”

6. Accettazione

Vedere la realtà prima di volerla cambiare

Tra i 7 pilastri della Mindfulness, l’accettazione è probabilmente quello più frainteso.

Molte persone pensano che accettare significhi rassegnarsi, sopportare passivamente ciò che accade o rinunciare a cambiare le cose.

In realtà, nella Mindfulness, l’accettazione è il punto di partenza del cambiamento, non il suo contrario. Accettare significa riconoscere con onestà ciò che è presente in questo momento, anche quando non ci piace. Una difficoltà, un’emozione dolorosa, un errore, una perdita, una paura.

Perché solo ciò che siamo disposti a vedere può essere realmente compreso. E solo ciò che comprendiamo può essere trasformato.

Quando invece rifiutiamo la realtà, spesso finiamo per combattere due battaglie: la prima contro la situazione che stiamo vivendo, la seconda contro il fatto stesso che quella situazione esista.

La Mindfulness ci invita a interrompere questa seconda lotta. Non per arrenderci, ma per recuperare la lucidità necessaria ad agire.

Nella vita quotidiana

Immaginiamo di ricevere una diagnosi medica inattesa.

La prima reazione potrebbe essere negarla:

“Non può essere vero.”

“Devono aver sbagliato.”

È una reazione profondamente umana.

Ma nessuna cura può iniziare finché non riconosciamo la realtà della situazione.

Accettare quella diagnosi non significa esserne felici. Non significa smettere di cercare le cure migliori. Significa partire dalla realtà, invece che dal desiderio che la realtà sia diversa.

Lo stesso accade nelle esperienze di ogni giorno. Accettare una delusione non significa approvarla. Accettare una paura non significa volerla mantenere. Accettare una difficoltà significa riconoscere che, in questo momento, è presente. Ed è proprio da questo riconoscimento che può nascere una risposta più consapevole.

Un invito alla pratica

La prossima volta che emergerà un’emozione difficile, proviamo a non cambiarla immediatamente.

Prima di cercare una soluzione, fermiamoci qualche istante.

Respiriamo.

Osserviamo.

E domandiamoci con semplicità:

Che cosa sto facendo fatica ad accettare, proprio adesso?

Non cerchiamo una risposta perfetta.

Lasciamo che sia la domanda ad accompagnarci.

A volte, il solo fatto di riconoscere ciò che c’è riduce già una parte della sofferenza.

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La voce di Jon Kabat-Zinn

“L’accettazione non significa che ti debba piacere tutto o che tu debba tollerare ogni cosa. Significa vedere le cose così come sono nel momento presente.”

7. Lasciare andare

Fare spazio a ciò che cambia

La nostra mente tende naturalmente ad aggrapparsi.

Ci aggrappiamo ai ricordi piacevoli perché vorremmo riviverli. Ci aggrappiamo alle esperienze dolorose perché continuiamo a ripensarle. Ci aggrappiamo alle aspettative, alle opinioni, all’immagine che abbiamo di noi stessi e persino al desiderio che le cose vadano diversamente.

Questo attaccamento è profondamente umano. Non è un errore.

Il problema nasce quando ciò che tratteniamo continua a occupare la nostra mente anche quando non ci è più utile. Il pilastro del lasciare andare non ci invita a dimenticare il passato, a reprimere le emozioni o a fingere che nulla ci tocchi.

Ci invita piuttosto a osservare con delicatezza ciò a cui ci stiamo aggrappando e a domandarci se possiamo, almeno per un momento, allentare quella presa.

Lasciare andare non significa perdere qualcosa. A volte significa smettere di portarne inutilmente il peso.

Nella vita quotidiana

Pensiamo a una discussione avvenuta giorni fa. Forse la conversazione è finita da tempo, ma continuiamo a ripeterla nella mente. Immaginiamo cosa avremmo dovuto dire, come avremmo potuto rispondere, come sarebbe stato se le cose fossero andate diversamente.

Oppure pensiamo a un complimento ricevuto. Anche quello può diventare qualcosa a cui aggrapparsi, alimentando il desiderio che gli altri continuino a vederci sempre nello stesso modo.

La Mindfulness non ci chiede di cancellare questi pensieri. Ci invita semplicemente a riconoscere quando la mente li sta trattenendo e a concederci la possibilità di ritornare, ancora una volta, a ciò che è vivo nel momento presente.

Un invito alla pratica

Oggi osserviamo se c’è un pensiero che continua a tornare.

Non cerchiamo di mandarlo via. Non cerchiamo nemmeno di seguirlo.

Immaginiamolo come una foglia che scorre lentamente sull’acqua di un fiume. Possiamo vederla passare. Possiamo perfino osservarla con attenzione. Ma non abbiamo bisogno di saltare nel fiume per seguirla.

Ogni volta che ci accorgiamo di esserci aggrappati a quel pensiero, torniamo gentilmente al respiro. Non come un gesto di rifiuto, ma come un modo per ricordare che questo momento è sempre disponibile.

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“Lasciare andare significa scegliere di non aggrapparsi deliberatamente a ciò che l’esperienza porta con sé, permettendo alle cose di andare e venire secondo la loro natura.”

I 7 pilastri della Mindfulness: un unico modo di abitare il presente

A prima vista i sette pilastri della Mindfulness possono sembrare sette insegnamenti distinti. Con il tempo, però, ci si accorge che parlano tutti della stessa cosa.

Il non giudizio ci invita a osservare prima di valutare. La pazienza ci insegna a rispettare il ritmo naturale della vita. La mente del principiante ci restituisce la capacità di sorprenderci. La fiducia ci riporta alla nostra esperienza diretta. Il non cercare risultati ci libera dalla continua rincorsa verso una meta. L’accettazione ci permette di vedere con chiarezza la realtà. Lasciare andare ci ricorda che ogni esperienza è destinata a cambiare.

In fondo, questi sette pilastri non sono sette qualità da conquistare. Sono sette prospettive attraverso cui imparare, ogni giorno, a essere un po’ più presenti alla vita così com’è.

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