La maggior parte delle persone si siede per la prima volta con un obiettivo preciso: rilassarsi, smettere di pensare, ridurre l’ansia, stare meglio. Questi sono desideri legittimi. Ma portarli sul cuscino come aspettative è esattamente ciò che rende la pratica difficile.
La modalità del fare e quella dell’essere
Nella vita quotidiana operiamo quasi sempre in modalità del fare: fissare obiettivi, misurare progressi, correggere il tiro. È una modalità efficace per risolvere problemi pratici. Ma applicata alla meditazione, diventa un ostacolo. Quando meditiamo con l’intento di “riuscire a meditare bene”, la mente si mette a valutare ogni momento: questo respiro è abbastanza consapevole? Sto facendo bene? Perché continuano ad arrivare pensieri?
La modalità dell’essere funziona diversamente. Non chiede risultati, non misura progressi, non vuole arrivare da nessuna parte. Chiede solo di essere presenti a ciò che c’è, in questo momento, senza aggiunte.
Jon Kabat-Zinn la chiama non-striving, il non-sforzarsi, e la considera uno dei fondamenti dell’attitudine meditativa. Non è passività. È un tipo di attenzione attiva che non interferisce con l’esperienza, ma la accoglie.
Cosa significa “sedere senza scopo” nella pratica
Concretamente, significa sedersi e lasciare che l’esperienza si dispieghi da sola. Non stiamo cercando di fermare i pensieri: li osserviamo passare. Non stiamo cercando di rilassarci: notiamo come si sente il corpo in questo momento. Non stiamo cercando di stare meglio: stiamo semplicemente qui.
Questo non significa che non succeda nulla. Anzi, spesso accade molto. Ma accade da solo, senza che noi dobbiamo spingerlo o gestirlo.
Un’immagine utile: immaginiamo di sederci vicino a un ruscello. Non possiamo fermare l’acqua, non possiamo decidere cosa portare a valle. Possiamo solo sederci e guardare. La mente in meditazione funziona allo stesso modo: noi siamo la riva, non il canale che dobbiamo costruire.
Il problema del “fare” nella meditazione
Molti praticanti cadono in quella che potremmo chiamare la trappola dello sforzo: più cercano di meditare bene, più si allontanano dalla meditazione. Si sforzano di respirare “nel modo giusto”, valutano se il corpo è abbastanza rilassato, si irritano quando arriva un pensiero. Tutta questa attività mentale è l’opposto della presenza.
Il paradosso è che la meditazione migliora quando smettiamo di cercare di migliorare. Non perché la pratica non conti — conta moltissimo — ma perché l’attitudine con cui ci sediamo determina la qualità di tutto il resto.
Come coltivare il non-fare
Non si tratta di spegnere la mente o diventare indifferenti. Si tratta di portare un’intenzione diversa sul cuscino. Alcune indicazioni concrete:
- Prima di sederci, lasciamo andare l’agenda. I minuti dedicati alla pratica non servono a niente di specifico. Non stiamo investendo, non stiamo producendo, non stiamo guarendo. Stiamo solo sedendo.
- Durante la pratica, ogni volta che ci accorgiamo di stare valutando — “sto meditando bene?” — riconosciamo quel pensiero come un altro pensiero, e torniamo al respiro. La valutazione stessa non è un problema: è un’opportunità per tornare.
- Alla fine della sessione, evitiamo di fare bilanci. “È andata bene” e “è andata male” sono entrambi giudizi che alimentano la modalità del fare. Siediamoci, pratichiamo, alziamoci. Questo è tutto.
Un invito
La prossima volta che ci sediamo, proviamo a formulare questa intenzione: non ho niente da ottenere e nessun posto dove andare. Non come una rinuncia, ma come un atto di fiducia nella pratica, nella nostra capacità di essere presente, nel momento così com’è.
Quella fiducia, nel tempo, diventa la pratica stessa.
