Esercizi di Compassione: imparare a stare con la sofferenza

Cinque esercizi di compassione per avvicinarsi alla sofferenza: dalla meditazione verso se stessi al Tonglen tibetano, fino al diario della cura.
Esercizi di Mindfulness
Illustrazione di Jorm Sangsorn

La compassionekaruna in pali — è la seconda delle quattro dimore divine nella tradizione buddhista. Se Metta è la benevolenza verso chi sta bene, Karuna è la risposta al dolore: la capacità di stare con la sofferenza altrui (e propria) senza fuggirla, senza esserne sopraffatti, senza offrire soluzioni affrettate.

La parola compassione deriva dal latino cum-pati: soffrire con. Non significa soffrire al posto dell’altro, né portare sulle proprie spalle il peso del mondo. Significa avere la disposizione ad aprirsi alla realtà della sofferenza, la nostra e quella degli altri, e rispondervi con cura.

5 pratici esercizi di compassione

1. La meditazione della compassione verso se stessi

Ci sediamo comodamente e portiamo alla mente una situazione in cui stiamo soffrendo o abbiamo sofferto di recente. Non la più grande, iniziamo da qualcosa di maneggevole. Riconosciamo quella sofferenza senza minimizzarla: “Questo fa male. Questo è difficile.

Poi portiamo una mano al petto e ripetiamo interiormente:

“Che io possa accogliere questa sofferenza.

Che io possa essere gentile con me stesso in questo momento.

Che io possa trovare la forza di stare con ciò che è difficile.”

Questo esercizio contrasta la tendenza a criticarci per ciò che sentiamo, a giudicarci deboli perché soffriamo.

2. Il tocco del cuore

Nei momenti di difficoltà quotidiana (come un errore commesso, una critica ricevuta, un momento di solitudine) portiamo una o entrambe le mani al petto, sopra il cuore. Solo questo gesto fisico.

Il contatto tra le mani e il petto attiva fisiologicamente il sistema parasimpatico e invia al corpo un segnale di sicurezza. Poi, con le mani ancora sul petto, ripetiamo qualcosa di semplice: “So che questo è difficile. Sono qui.” Non rivolto agli altri: rivolto a noi stessi.

3. Compassione per un essere che soffre

Pensiamo a qualcuno che sappiamo stare attraversando un momento difficile: una malattia, una perdita, un conflitto. Portiamo la sua immagine nel cuore e riconosciamo la sua sofferenza: “Anche tu stai soffrendo. Anche questo fa parte della vita.

Poi ripetiamo:

“Che tu possa essere libero dalla sofferenza.

Che tu possa trovare pace.

Che tu possa essere accolto nella tua difficoltà.”

Non stiamo cercando di risolvere il problema dell’altro, né di sentirci a posto per averci pensato. Stiamo coltivando la disponibilità a stare con il dolore senza voltarsi dall’altra parte.

4. La pratica Tonglen (dare e ricevere)

Tonglen è una pratica della tradizione tibetana che rovescia l’istinto di evitare il dolore. Ci sediamo, chiudiamo gli occhi, e visualizziamo qualcuno che soffre. Inspiriamo la sua sofferenza: immaginiamo di riceverla come un fumo scuro nel petto, trasformandola. Espiriamo pace, sollievo, leggerezza. Immaginiamo di mandarglieli.

Questa pratica può sembrare controintuitiva: perché inspirare la sofferenza? Perché allena la mente a non fuggire dalla realtà del dolore. A trasformarlo, invece di ignorarlo.

5. Il diario della compassione

La sera, scriviamo una situazione della giornata in cui abbiamo visto qualcuno in difficoltà. Come abbiamo risposto? Ci siamo avvicinati o allontanati? Abbiamo giudicato, minimizzato, offerto conforto?

Non per criticarci, ma per osservare onestamente i nostri schemi. Poi aggiungiamo: “Cosa avrei potuto fare, o dire, con più cura?” Questa riflessione, ripetuta nel tempo, affina la sensibilità compassionevole nella vita quotidiana.

Conclusione

La compassione non è un sentimento che si ha o non si ha. È una capacità che si coltiva. Con la pratica, diventiamo progressivamente meno spaventati dalla sofferenza (la nostra e quella degli altri) e più capaci di starle vicino con apertura e cura.

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